Gianni Rodari. Il grammatico della fantasia.

By 20 Febbraio 2014 Italiani Maiuscoli
Gianni Rodari Italiani

Gianni Rodari. La poetica dell’immaginazione.

“Nel paese della bugia, la verità è una malattia.” Gianni Rodari, 1920-1980

Scrittore, giornalista, pedagogista. Cattolico, seminarista, poi comunista. La vita di Gianni Rodari ci dice molto di lui, ma non ci parla del suo genio pedagogico e letterario, che vive saltellando come un folletto dentro le pagine dei suoi libri, ancora oggi punto di riferimento della narrativa dedicata all’infanzia.

“Il Libro degli Errori”, “Favole al Telefono”, “La Grammatica della Fantasia”: pagine capisaldo della sua produzione e del suo metodo, che riletti da adulti riescono ancora a fare da miccia e ad accendere il tritolo benefico dell’immaginazione. Parole leggere, ma mai superficiali. Rime baciate, ma mai autocompiaciute. Il linguaggio si adatta alla semplicità rifiutando la semplificazione, comunicando esperienze e gettando le basi dell’etica e del senso di giustizia senza mai predicare o salire in cattedra.

Il pensiero che sia stato autore solo per bambini è il torto più grande che gli si possa fare. Gianni Rodari parla soprattutto al bambino dentro di noi, irrilevante sapere quanti anni abbia sulla carta di identità. Chi non lo ha ancora conosciuto, si affretti: troverà nelle sue opere la saggezza dei grandi uomini e l’esaltazione della fantasia come strumento essenziale per capire e amare la vita. A tutte le età.

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Il Cipresso. Il pennellino verde.

By 18 Febbraio 2014 Alberi Maestri
cipresso italico Cupressus sempervirens L.

Il Cipresso, icona di italianità.

Il Cipresso. Un tratto fine, elegante, verde antico. Una pennellata a fiamma perfetta, a colorar filari di classicità italiana, ricordi in rima e paesaggi immaginari, senza mai far bosco o confusione. Sottili, slanciate geometrie di legno forte e odoroso, buono per navigare in mare aperto e diventare Arca, sopravvivendo a diluvi universali; virtuoso nel suonare sinfonie e nell’accompagnare i defunti nel viaggio verso l’aldilà.  È l’arte del cipresso, quella che – ricordi? – si imparava a memoria sui primi libri di scuola. Davanti a San Guido insieme al Carducci, o nell’incipit immortale dei Sepolcri foscoliani.

Il cipresso. Figura eterna nei paesaggi dal vivo e icona sempreverde nei tanti capolavori dei grandi: Leonardo, Beato Angelico, Paolo Uccello e chissà quanti altri. O, nel viaggio dal sacro al profano, su etichette Made In Italy per vini, extravergini, sigari e cibi in giro per il mondo. Nel giardini all’italiana e sui poggi intorno al Garda, lungo i viali solenni di ville palladiane e nei filari frangivento a ridosso del mare, i cipressi vegliano bestemmie e vendemmie di Chianti e Sassicaia, scampagnate in bicicletta tra le colline di Giotto e la Val d’Orcia, divenuta patrimonio Unesco anche grazie a loro. Alberi benevoli e consolatori, confortano lacrime e preghiere tra pievi e cimiteri, dal giorno in cui Ciparisso uccise un cervo e divenne albero, regalandogli il nome.

Il più antico è a Villa d’Este in Tivoli, acciaccato ma tenace, con i suoi legni spogli. Il più rimpianto – incendiato da ripicche di paese  –  era a Barolo, su una collina accanto al Castello Felletti, riferimento di sentinelle partigiane negli anni della guerra. I più monumentali vivono a Villa Verucchio, nel riminese; presso il santuario di Nostra Signora a Vernazza; al cimitero di Ceneda; a Mercatale in provincia di Arezzo; a Orta San Giulio nel novarese; a Varese, nei Giardini Estensi. E in tanti altri luoghi, tutti da scovare e ammirare con lo sguardo rivolto all’insù.

Il cipresso, albero dell’immortalità e dell’anima che sale al cielo, legno della Croce e auspicio etrusco di fertilità. Pennellino verde sapiente ed elegante, che disegna paesaggi d’Italia, dentro e fuori di noi.

 

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