Monticelli d’Ongina. La capitale dell’aglio.

By 5 Giugno 2014 Sbagliando Strada

Monticelli d’Ongina. Un borgo, una rocca, il Po.

Monticelli d’Ongina è un borgo piano in provincia di Piacenza da godersi con altrettanta tranquillità, adagiato da secoli in riva al Po. Palazzi nobiliari, portici, piazze e argini ciclabili predispongono l’animo alla scoperta, che culmina con la maestosa Rocca Pallavicino, oggi sede del Museo del Po e della Civiltà Contadina. Monticelli d’Ongina vanta da sempre un’agricoltura florida e un particolare primato nella produzione di aglio, a cui dedica un festival ogni mese di ottobre.

La cittadina nasce come insediamento romano e dopo il X secolo passa varie volte di mano diventando, tra gli altri, feudo dei Bonifaci de Unghinis, la famiglia da cui ereditò il nome. Furono però i Pallavicino i veri signori del luogo: sotto il loro governo la cittadina conobbe fiorenti attività economiche e culturali: a loro si devono nel XV secolo la costruzione della Rocca e quella della Collegiata di San Lorenzo, edificata per volontà del vescovo Pallavicino.

La storia di Monticelli d’Ongina coincide anche con le tradizioni della sua antica comunità ebraica, che conobbe qui uno sviluppo importante fino all’avvento delle ignobili leggi razziali del periodo fascista, a causa delle quali molti ebrei monticellesi dovettero fuggire dal paese.

E poi, il Po. Il suo prezioso ecosistema fluviale fa da cornice al borgo e alle vie signorili con il suo patrimonio faunistico e botanico, i suoi pescatori, i ponti, le cascine. Meritano una sosta il Parco e l’Isola Serafini, sospesi nel tempo e tra le acque del fiume.

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I monili di Eliperlina. Gioielli nascosti nelle cose.

By 26 Maggio 2014 Filo di Perle

I gioielli di Eliperlina. Il lato prezioso della quotidianità.

Eliperlina è la firma di una produzione unica: una collezione incredibile di anelli, braccialetti, orecchini, collane creati e realizzati da Elena Rebuffi, un’artista dei gioielli celati negli oggetti di tutti i giorni. Un sasso raccolto sulla spiaggia, un paio di scarpette di Barbie, un coccodrillo in vetro di Murano: ogni pretesto è buono per lei, che sa leggere tra le righe delle cose vedendo ciò che gli altri non vedono e dandogli sapientemente forma. Piegando metalli, bucando conchiglie, annodando fili di seta e saldando oggetti che mai si incontrerebbero, sennò.

Elena ha il dono di trasformare la normalità in eccezione: in tutti i suoi monili, la quotidianità diventa straordinaria e racconta storie preziose, non solo e non tanto per la nobiltà di alcuni materiali, ma soprattutto perché ogni pezzo, fatto rigorosamente a mano, è davvero unico e irripetibile. Nella sua fantasia e tra le sue mani si esprimono vivacemente la fantasia e la manualità, patrimonio di quell’artigianato Made in Italy tanto ammirato e imitato fuori dai nostri confini.

eliperlina5Nelle creazioni Eliperlina, l’originalità fa il paio con la leggerezza, e a volte anche con l’ironia: un orecchino fa ciondolare un pappagallino mentre all’altro è agganciato il nido; in un girocollo sfila un intero servizio da tè; un sasso di mare diventa cuore di un collier di perle. Nelle collezioni Eliperlina, i nomi delle sue  ispirazioni: Sassi di Mare, Perle, Miniature, Vetri di Murano.

Collier, anelli giganti, parure, bracciali, cavigliere, orecchini… il laboratorio Eliperlina è una fucina di piccole grandi meraviglie. Rame, argento, bronzo, ottone, coralli, pietre dure e semi preziose si sposano con miniature in ceramica, ninnoli, accessori di bambole, piume, cortecce, animaletti in vetro e in plastica.

Chi più ne ha, più ne inventa! Almeno per Elena, e per la sua abilità anticonvenzionale e visionaria, capace di dare nuovi significati agli oggetti di tutti i giorni.

Eliperlina di Elena Rebuffi – http://www.eliperlina.it/home.html

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Cefalà Diana. Le antiche terme arabo-normanne.

By 15 Maggio 2014 Sbagliando Strada

Cefalà Diana. La mini spa a 36 km da Palermo.

Non si sbaglia. Basta imboccare la Statale che da Palermo conduce ad Agrigento e poi abbandonarla a Bolognetta: il castello di Cefalà Diana, di probabile origine musulmana,  indica la direzione e percorrendo la SP 77 si arriva dritti dritti all’ingresso di questo luogo incantato. Accanto al torrente Cefalù e ai piedi del Pizzo Chiarastella che dà il nome alla riserva naturale tutta intorno, ecco il baglio restaurato che custodisce l’impianto termale di origine araba.

oculi della volta

Oculi della volta

Palme nane, agavi e ginestre fanno gli onori di casa, accogliendo i visitatori in questa mini spa dei tempi antichi: vasche di acqua tiepida e fredda si alternano circondati da muri di pietra con finestre arabescate e sovrastati da una suggestiva volta a botte con oculi tondi per l’aerazione, di epoca normanna. Due le aree interne, suddivise da tre archi ogivali sorretti da colonne snelle ed eleganti, che ospitano alcune vasche per le abluzioni, passerelle e nicchie per ospitare vestiti e biancheria. Le Terme di Cefalà Diana erano in origine alimentate dalle sorgenti intermittenti naturali, oggi inattive: attualmente, l’acqua presente nell’impianto giunge dal pozzo della vicina Villafrati.

Fino al 1990, anno in cui la Sovrintendenza ha ripreso possesso del luogo restituendolo alla collettività, questi bagni venivano utilizzati in estate come vere e proprie piscine, oppure diventavano riparo e abbeveratoio per le greggi dei pastori locali.

L’esterno dell’edificio è costituito da massicce mura di pietra e un’iscrizione araba, visibile solo in parte, è scolpita nell’arenaria su tre lati della costruzione. Nelle finestrelle che sovrastano uno dei lati corti non è difficile scorgere nidi di barbagianni, specie protetta che è tornata a ripopolare la zona. Le Terme di Cefalà Diana appartengono infatti all’omonima Riserva Naturale istituita in Sicilia nel 1997: un ecosistema di quasi 140 ettari che circonda l’impianto termale amplificandone la suggestione. Percorsi e sentieri si snodano tra i poggi lievi e il Pizzo Chiarastella, serpeggiando in mezzo a orchidee selvatiche, asfodeli, lecci e guiccioni (uccellini multicolor ghiotti di api).

Distaccamento Riserva Naturale Orientata Bagni di Cefalà Diana & Chiarastella, SP 77 km 15, Cefalà Diana (PA) – Tel 091 8291551

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Tina Merlin. La voce del Vajont.

By 9 Maggio 2014 Italiani Maiuscoli

Tina Merlin. La donna che disse la verità.

“Non c’è più niente, non c’è più nessuno.” ~ Tina Merlin, 9 ottobre 1963

Tina Merlin. Moglie, madre, cameriera, contadina, staffetta partigiana.  Ma soprattuto indomita e caparbia giornalista dell’Unità, penna libera e unica voce degli ertani contadini a partire dal 1957. Una voce femminile, determinata e ferma, che denunciò tutti i pericoli di una diga alta 264 metri impennata come un’onda in cemento armato a sbarrare il passo al fiume Vajont. Una voce che gridò all’Italia intera, informando sui rischi di un bacino artificiale capace di contenere milioni di metri cubi d’acqua, creato “senza se e senza ma” sotto enormi frane antiche a forma di M, sul fianco del monte Toc.

Tina Merlin è la donna che urlò contro i poteri forti e maschi di quegli anni, contro la Sade di Giuseppe Volpi e quel progresso geologico-industriale che, invece, non guarderà in faccia a nessuno. Scrisse articoli passati alla storia, come “La Sade spadroneggia ma i montanari si difendono” e un libro: Sulla Pelle Viva.

Una donna, una ex partigiana, una comunista: quasi nulle le possibilità di essere creduta, se non da un manipolo di montanari ignoranti. Denunciata dalla Sade ma assolta dalla giustizia, Tina Merlin combattè in quegli anni una guerra di sillabe e inchiostro contro imprenditori senza scrupoli, geologi con la schiena curva, politici collusi e una società civile frastornata e ancora troppo acerba per comprendere i fatti lontani di quella sconosciuta valle friulana.

Il 9 ottobre 1963, la frana gigantesca a forma di M si staccò dal Monte Toc e precipitò nel lago artificiale del Vajont provocando un’onda gigantesca, che superò la diga per centinaia di metri seppellendo con terra, fango e detriti la cittadina di Longarone e gli altri paesi del fondovalle.

Morirono quasi 2000 persone.

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Agricola Cirelli. La scelta di Francesco.

By 3 Maggio 2014 Filo di Perle

Agricola Cirelli. Prodotti bio e vini artigianali.

Agricola Cirelli nasce alcuni anni fa, per una scelta di vita, che a un certo punto svolta a U e rimette tutto in discussione. In pochi anni, l’azienda cresce e fa parlare di sé in Italia e nel mondo grazie alla caparbietà e alle idee di Francesco Cirelli, cuore, mente e motore dell’azienda. Prodotti bio, accoglienza nell’agriturismo e soprattutto vini artigianali prodotti anche con anfore in terracotta: queste le chiavi di volta di un luogo incastonato nell’Appennino abruzzese, a pochi chilometri da Atri, in cui si coltivano passioni e nuove esperienze.

Agricola Cirelli nasce qualche anno fa: cosa facevi prima? Come e perché hai cambiato vita? “Dopo la laurea in Economia e Commercio ho iniziato un percorso di crescita nel mondo del vino lavorando per diverse aziende italiane nei mercati esteri. Fino al 2011, anno in cui sono stato licenziato. Non riuscivo ad immaginarmi ancora in giro per il mondo, lavorando con ritmi che non mi appartenevano più e giocando a nascondino con i miei affetti. Decisi quindi di creare la mia piccola azienda artigianale su un terreno che avevo acquistato nel 2003. Agricola Cirelli nasce sostanzialmente da un fallimento lavorativo che però mi ha aperto gli occhi e aiutato a comprendere le vere priorità della mia vita: la famiglia, gli affetti, il tempo, la bellezza.”

Cosa significa oggi per lei un luogo come Agricola Cirelli? “Oggi Agricola Cirelli è il luogo della mia  intimità diurna; è un buen retiro, spazio per il pensiero e il lavoro manuale; è il mio laboratorio di idee. I valori che sostengono Agricola Cirelli sono quelli citati prima: la cura degli affetti, il significato e il valore che do al trascorrere del tempo, la bellezza intesa come specchio della mia interiorità: riesco a cogliere lo splendore del Gran Sasso o delle gemme della mia vigna solo se riesco prima a riconoscere la bellezza dentro di me.”

Vino artigianale biologico: che cosa significa? Qual è la sua interpretazione di questo prodotto? Un vino artigianale è il prodotto derivato dalla interazione del terroir, del vitigno e dell’artigiano che partecipa all’atto creativo apportando le sue conoscenze (magari tramandate) e – soprattutto – il suo bagaglio di emozioni. Il vino industriale è altrettanto importante dal punto di vista socio-economico, ma frutto di un protocollo di lavorazione tecnologico nel quale l’apporto dell’uomo è minimo e nel quale le emozioni vengono azzerate. Io voglio fare in modo che il mio vino converga quanto più possibile verso un ideale di prodotto che sia frutto di conoscenza e analisi del mercato.”

Dove è nata l’idea del vino in anfora? E come l’ha attuata? Cercavo la possibilità di dare la mia modesta interpretazione del mio territorio e dei suoi vitigni tradizionali. Avevo voglia di provare, sperimentare, dare una diversa chiave interpretativa. Da qui l’idea di provare a lavorare con un contenitore e con un materiale diverso. Ho quindi iniziato a studiare la tradizione delle anfore e ad  assaggiare vini di altri produttori. Sono tuttora alla ricerca di una mia via personale.”

vino cirelli anforaDi che vini si tratta e come risponde il mercato? “Il mercato risponde benissimo. Un pizzico di titubanza iniziale più che comprensibile precede una grande curiosità e poi apprezzamento per le mie sperimentazioni. Produco Montepulciano d’abruzzo DOC, Trebbiano d’Abruzzo DOC, Cerasuolo d’Abruzzo DOC. Tutti  provengono dai due vitigni tradizionali abruzzesi: il Montepulciano e il Trebbiano (infatti il Cerasuolo si ottiene dall’uva rossa di Montepulciano d’Abruzzo).  Come tutti i vini artigianali, variano moltissimo da un’annata all’altra: questo coincide con il mio desiderio che ogni vino sia diverso ogni anno, perché rispettoso del diverso andamento climatico. I vini artigianali devono essere dei pezzi unici, frutto della interazione del terroir e del suo conservatore: il vignaiolo. Tendenzialmente sono vini di grande struttura con elevato potenziale di evoluzione:  vini che dovrebbero durare almeno 20 anni – o almeno questa è la mia speranza. La vinificazione avviene in anfora dal primo all’ultimo minuto. I vini lasciano le anfore soltanto qualche giorno prima di andare in bottiglia.”

Come si è procurato le anfore? “Le anfore sono state realizzate ad hoc, da un maestro della terracotta. Si chiama Leonardo, l’azienda è ARTENOVA. Si trova ad Impruneta, la patria della terracotta italica. Non per niente il Brunelleschi l’acquistò lì per la costruzione del Duomo di Firenze.”

Come è iniziata la passione per la natura, concetto che si ritrova in tutta la vostra produzione? “La natura è libertà, ma anche forza a volte fuori controllo; è pace, è vita nel qui ed ora, è il passare delle stagioni, è sensazione di finitezza. Che sia mare, montagna o collina poco importa. Io nella bellezza della natura mi sento un essere finito, normale nei suoi pregi e difetti, bello nonostante le fragilità. Tendenzialmente ansioso, mi piace e mi rasserena sentirmi un semplice essere pluricellulare al cospetto di questa bellezza. Direi quindi che la natura e la sua bellezza non sono una passione, ma una camera di compensazione. Sono fortunato ad avere un lavoro per il quale sono quotidianamente avvolto dalla bellezza. Lo reputo un privilegio.”

Se tornasse indietro rifarebbe tutto? “Per fortuna non si può tornare indietro. Per fortuna.”

Azienda Agricola Cirelli  – Contrada via Colle San Giovanni 1 64032 – ATRI (Teramo) –  +39 085 8700106 – www.agricolacirelli.com

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Le Ortiche. Zanzarine selvatiche.

By 15 Aprile 2014 Alberi Maestri
ortiche

Le Ortiche. Ricordi pizzichini.

Cadere nelle ortiche è un incidente che capitava spesso da bambini: tra campi e quartieri in costruzione, nel verde incolto di giochi in libertà. Tra canali e casolari contadini, il cemento armato della nuova era guerreggiava contro cascine e civiltà rurali sconfitte in fretta e furia, davanti a un frigo e a una TV.

E le ortiche lì, imperterrite sul fronte, a presidiare le linee di confine e a dare pizzicotti alla nostra vivacità bambina. Urlavi “Ce l’hai!!” toccando come un lampo il tuo compagno di giochi e scappando via di corsa insieme agli altri, come sciame d’api tra i prati e i cortili. Bastava una spinta o uno scivolone ed eccoti lì, a grattare il pizzicore a bollicine rosse sulla pelle: orticaria, già, che assomiglia al nome di queste piante zanzarine.

lamium

Lamium

Ma la curiosità bambina non si ferma certo alle apparenze: da piccolo succhiavi i fiori, ma solo quelli rosa!, dolci come zucchero. Non ti pungevi mai e il perché lo scopri che sei grande. Quelle sono le false ortiche, e difatti si chiamano Lamium: fanno fiori buoni, non fanno male a nessuno.

I buongustai adulti invece non sbagliano e scelgono attenti le foglie delle pianticelle giuste, cucinando torte salate, creme vellutate e risotti delicati.

Le ortiche, memoria di giochi nascondini e prove di coraggio, sono sempre lì, ai bordi di sentieri di montagna, di torrenti, casolari e caselli ferroviari abbandonati. Pianticelle spontanee e molto dispettose, buone da mangiare e per diventare grandi.

Nome Urtica dioica o urens
Famiglia Urticacee
Curiosità L’etimologia del nome deriva dal latino urere, cioè bruciare.

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Rosa Dolomiti. Una leggenda sud-tirolese.

By 10 Aprile 2014 A Ruota Libera
rose by atoma

Photo: Atoma (own creation)

Rosa Dolomiti. La storia delle rose di re Laurino.

C’era una volta Rosengarten, uno splendido roseto di montagna. Apparteneva al re dei nani Laurino, che viveva sereno insieme alle sue rose. Fino al giorno in cui non venne invitato alla festa del re della Val d’Adige, che aveva indetto un torneo per maritare la bellissima figlia Similde: il vincitore infatti l’avrebbe avuta in sposa.

La rabbia di re Laurino lo spinse a partire. Giunto in Val d’Adige, nella confusione generale rapì la principessa servendosi della sua cappa magica che lo rendeva invisibile e tornò di corsa a casa. Hartwig e Wittich, i duellanti finali e quindi i più forti, non finirono il combattimento che già si gridava alla scomparsa di Similde: non ci volle molto a capire chi era il colpevole, non invitato. I due partirono lancia in resta con il re dei Goti Teodorico, diretti al regno di Laurino. Giunti là, calpestarono le rose del giardino con i loro cavalli, scatenando la reazione del nano re che cercò di fuggire grazie alla sua cappa dell’invisibilità. Venne però ingannato dalle rose calpestate sotto i suoi passi: Teodorico lo afferrò e il copricapo volò via rendendo visibile Laurino, che fu imprigionato. Similde, però, supplicò a che lo liberassero: il re era stato gentile con lei e non meritava una simile punizione.

Al calar della sera si fece festa: tutti bevvero e mangiarono a volontà fino ad addormentarsi di un sonno pesante come quelle libagioni. Fu allora che i nani, ubbidendo agli ordini del loro re, imprigionarono gli ospiti: re Laurino voleva impedire a tutti i costi che tornassero in Val d’Adige portandosi via la principessa, di cui lui si era perdutamente innamorato. Ma non ci volle molto perché i tre si liberassero: le sbarre della prigione erano costruite per i nani, e non per resistere alla forza di guerrieri avvezzi ai combattimenti più sanguinari.

Re Laurino venne quindi fatto prigioniero un’altra volta. Attraversò il suo Rosengarten insieme a Similde e ai cavalieri, e lo maledisse. “Rose traditrici, avete svelato la mia presenza al nemico anziché proteggermi” disse. “Grazie ai miei poteri, ora vi trasformo in pietra e vi condanno a non risplendere mai più, né di giorno, né di notte. Addio”. Furono queste le sue ultime parole: venne condotto alla corte di Verona e condotto nelle patrie galere, mentre Similde sposava il fiero Hartwig.

I giorni passavano, e presto Laurino sentì una profonda nostalgia per il suo regno e il suo roseto, pentendosi amaramente della maledizione inflitta ai suoi fiori. Un giorno però, ascoltando le parole dei suoi carcerieri, una consolazione venne ad accarezzargli il cuore, indurito dalla solitudine e dalla prigionia. I due raccontavano che si narrava in tutta la valle di un fenomeno straordinario: al tramonto, infatti, le rocce del Rosengarten risplendevano di rosa, illuminando di luce e speranza lo sguardo stupefatto di tutti gli abitanti. “Le mie rose!”, pensò commosso re Laurino. “Io le avevo maledette affinché non splendessero più né di giorno né di notte ma… mi ero dimenticato del tramonto!”.

Ecco perché, nel momento magico del crepuscolo, il roseto in pietra di re Laurino avvampa di rosa, ripetendo ogni sera un incanto rimasto immutato da allora fino ai giorni nostri. Se non ci credete, andate a vederlo con i vostri occhi: basta raggiungere il Rosengarten – detto anche Catinaccio – nelle Dolomiti. E aspettare il tramonto.

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A L’Aquila. Un ebook fotografico per conoscere, per partire e per non dimenticare.

By 6 Aprile 2014 EBOOKS
99 cannelle

A L’Aquila. Un libro-in-viaggio straordinario, nella città e nei dintorni a soli 4,99 €.

Per smartphone, tablet, pc: scarica e acquista su Book Republic & MondadoriStore

Per Kindle: scarica e acquista su Amazon

Per iPad & Mac: scarica e acquista su iTunes

L’Aquila, 6 aprile 2009 – ore 3.32. Un violentissimo terremoto distrugge gran parte della città e dei paesi intorno, uccidendo 309 persone. Sono passati 6 anni e molto c’è ancora da fare: la ricostruzione annaspa tra ritardi e speculazioni, la città è stata abbandonata dai più e nelle orrende new town edificate nel nulla, dove già cadono i balconi, si respirano rabbia, solitudine e mortificazione.

Eppure, tanta è ancora la bellezza che abita qui. Nonostante i ritardi colpevoli di istituzioni e media (che si ricordano della città solo a scadenza annuale); nonostante le vie semi-deserte del centro; nonostante lo stato di abbandono di molti luoghi, L’Aquila sta rialzando lentamente la testa e non importa quanto tempo ci vorrà. Gioielli scampati miracolosamente al sisma, tesori restaurati dal FAI a tempi record, una natura intatta e verace come la gente di qui, la Storia antica che prende per mano, tra necropoli vestine e cittadine romane: L’Aquila e i suoi spettacolari dintorni  hanno molto da dire a chi ha orecchie per ascoltare.

L’altopiano sconfinato di Campo Imperatore, le rocche hollywoodiane, le chiesette aggrappate alla roccia con affreschi spettacolo. E ancora: monasteri fortificati, boschi per druidi, una piana che fa correre gli occhi per chilometri senza fermarsi mai.

A tutto questo è dedicato questo ricco ebook multimediale. E’ un inno a L’Aquila e ai suoi talenti nascosti, un omaggio alla bellezza, una piccola luce sulle tante meraviglie da vedere, da scoprire e da andare a scovare di persona. Un viaggio tra gallerie fotografiche, link interttivi e un racconto che ci accompagna alla scoperta di un territorio-gioiello dell’Italia più autentica.

raiale

INCIPIT – Una Venere di Milo. Ecco l’ispirazione che ci coglie a L’Aquila, città mutilata e più bella che mai. Si gira in silenzio tra le vie del centro abbandonate da troppi e solo parzialmente riaperte ai passi e agli sguardi, tra polveri e calcinacci, operai muratori e alpini ciceroni, negozi coraggiosi e caffè storici riaperti in fretta e furia. Poche, troppo poche ancora,  le  attività commerciali rimaste.  Ed è troppo lentamente che gli snodi di ferro cedono il passo alle impalcature: picconi, trapani e martelli scandiscono il tempo, fermatosi qui la notte del 6 aprile 2009, con il terremoto.

L’Aquila, antica città di fondazione che vola in picchiata giù dal Gran Sasso, colpendo dritto al cuore. L’Aquila, araba fenice d’Abruzzo, mille volte distrutta e mille volte rinata. L’Aquila, guerriera ferita e sempre rialzata. Arresa, mai.

Immota manet, recita il motto nel suo stemma. E infatti lei resta ferma, nella sua tenace capacità di ricominciare da capo, nonostante un destino accanito come un dio cattivo, a scagliar dardi, sismi, e vendette di re, e pestilenze. La sua storia sono infinite e non si può raccontarle tutte. Le più belle però parlano da sé: basta solo fermarsi ad ascoltarle.

cover l'aquila ita

In copertina: Basilica di Collemaggio, rosone

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Cantare le uova. Una storia di Langa.

By 31 Marzo 2014 A Ruota Libera
natura morta con uova

Illustrazione: 7mouni

Cantare le uova. Tradizione di Quaresima in Piemonte.

“O dene, dene d’j oeuv
ma d’la galina bianca,
i vostri ausin an diso
che chila l’é mai stanca…”

Notte fonda in langa. Notte fredda, notte di Pavese, notte di Quaresima. E note e ritornelli,  cantati ridacchiando tra le vigne e le cascine, nella bruma tra i sentieri che odorano di luna piena, terra umida e cani abbaianti a guardia delle aie. Giovanotti alticci, signori di mezza età, goliardi amici di paese e di osterie girovagano per le campagne a cantare le uova. Di podere in podere, con rime e strumenti spesso improvvisati. Uno solo il fine del canto, serenata gastronomica, ridanciana e propiziatoria: ricevere uova dai compaesani, per celebrare poi con vino (magari un superbo Barolo!) e ricche libagioni.

Rito pagano e contadino, quello di cantare le uova è un evento nato quando le uova rappresentavano un cibo prezioso, al pari della carne, da regalare al dottore o al parroco di paese per sdebitarsi di qualche cortesia, piuttosto che un alimento da consumare con disinvoltura e regolarità. Meglio ancora, portarlo al mercato: le uova costituivano una merce facilmente tramutabile in denaro, da spendere poi in beni di prima necessità. Ingrediente primario di plin e tajarin, simbolo di vita e fecondità, l’uovo era al centro della cultura contadina langarola; cantarlo, un rito di amicizia, prosperità e allegria.

Cantare le uova è una tradizione di saluto e benevolenza, un rito di ringraziamento e prosperità per la generosità dei padroni di casa. Ma guai agli avari e ai vicini con il braccio corto: per questi, rime di vendette e colorate maledizioni!

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Nicola Gratteri. Il magistrato che dice no.

By 26 Marzo 2014 Italiani Maiuscoli

Photo: Niccolò Caranti

Nicola Gratteri. Un uomo, un esempio, un eroe contemporaneo.

“Mi sentirei un vigliacco a tirarmi indietro”. – Nicola Gratteri

E’ l’altra faccia della Calabria. Quella che sfugge ai cliché del malaffare, quella che sta dalla parte giusta, e quella che difatti vive sotto scorta dal 1989, sacrificando ai propri ideali la libertà di una passeggiata, una gita al mare con la famiglia, un’improvvisata a casa di amici. Nicola Gratteri è un magistrato, procuratore aggiunto che a Reggio Calabria combatte contro la parte peggiore della sua terra rendendo giustizia alla comunità e al sé ragazzino, che fuori dalla scuola media trovava i bulli figli di boss a sproloquiare minacce e spacciare droga.

Schivo, ostinato, non avvezzo alle chiacchiere e alle mondanità, Gratteri vive con la schiena dritta e la testa alta nonostante la condizione di cattività tipica di chi si trova sotto protezione. Combatte senza clamori e senza abbassare lo sguardo, soprattutto di fronte a concittadini ed ex compagni di scuola diventati col tempo capi sanguinari delle multinazionali della droga. Nei suoi libri – tra gli altri: Malapianta, Acqua santissima, La mafia fa schifo – tutta la conoscenza autoctona del fenomeno ndranghetista, delle gerarchie matriarcali, dei riti di iniziazione, degli affari sporchi di sangue. E anche un amore ostinato – e ricambiato troppo poco – per la sua terra e la sua gente.

Salito ai clamori della cronaca caciara per la sua mancata nomina a ministro nel governo Renzi, Gratteri ha lavorato in silenzio contribuendo a redigere – già per l’esecutivo Letta – un documento prezioso di analisi del fenomeno ndranghetista, indicando azioni concrete, misure repressive e di contenimento, linee guida esperte e approfondite per contrastare la malavita organizzata dentro e fuori i nostri confini.

Nicola Gratteri è un uomo dello Stato in una regione troppo spesso governata da poteri loschi; un baluardo di giustizia e impegno civile; un esempio per la Calabria e l’Italia tutta.

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