In Val Casies. Guida multi-touch sulla Cenerentola del Tirolo.

By 23 Novembre 2014 EBOOKS

In Val Casies. Libro in viaggio tra le Dolomiti, paesini presepi e percorsi di natura e spiritualità – 5,99€.

Per smartphone, tablet, pc: scarica e acquista su Book Republic & Mondadori Store

Per Kindle: scarica e acquista su Amazon

Per iPad e Mac: scarica e acquista su iTunes

Passo breve. Respiro lento. E occhi attenti sul sentiero in cima, o sui 42 km di pista da fondo: In Val Casies è un viaggio di misura e pacatezza, che porta alla scoperta di sé prima che a quella dei suoi boschi, dei suoi masi, delle sue praterie. Foto, video, interazioni multimediali e curiosità per buongustai del viaggiare accompagnano un racconto suggestivo e coinvolgente, che prende per mano e porta lontano.

Spalancata tra le Dolomiti di Braies e l’Austria, la Val Casies – o Gsiesertal – è un luogo defilato e schivo come i suoi abitanti. Il ritmo è ancora quello dei trattori, delle mungiture delle vacche e di un Sud Tirolo in bilico tra un presente italiano e un passato austro-ungarico, che echeggia nella lingua e nel carattere della gente di qui. La vocazione rurale e contadina non si è prostituita al turismo, che pure è la fonte primaria di mantenimento: la valle accoglie tutti, ma sono le stagioni e la terra a segnare il tempo e le giornate.

Un’organizzazione attenta, servizi impeccabili e strette di mano ruvide ma veraci contraddistinguono i soggiorni nei paesi all’imbocco della valle e anche più su. Monguelfo e il suo castello medievale, Tesido e le sue chiese gioiello, le pro loco, i parchi, gli impianti sportivi, i sentieri segnati e i mezzi pubblici funzionano come orologi sempre puntuali, con quell’ordine e quell’efficienza tanto semplici quanto preziosi per vivere al meglio, da turisti e da cittadini.

In Val Casies è un libro viaggio intenso, che accompagna il lettore verso laghi neri, pittori barocchi, storie di contrabbando. Alla scoperta di fiori selvatici multicolor, cirmoli sovrani e una natura idillica, capace di stupire camminatori dilettanti e gli amanti più esperti della montagna.

 

In Val Casies Cover

 INCIPIT

Calma. In Val Casies non si arriva di fretta, tantomeno con la pretesa di avere tutto subito. 

Calma. Passo leggero, respiri pazienti, pensieri ponderati.

Calma. Prima di raggiungere la Cenerentola del Tirolo è bene prepararsi a un lungo corteggiamento, abituandosi a generose concessioni seguite da improvvise ritrosie e fughe repentine.

La Val Casies è una vera principessa di montagna: timida, schiva, di una bellezza antica, dolce e severa al tempo stesso. Una distesa a braccia aperte coronata di boschi e masi contadini che si sveglia all’alba, lavora sodo e scappa molto, molto prima di mezzanotte.

Calma. La Val Casies si impara, si rispetta, si ama. Non si conquista, mai.

 

 

 

 

 

 

 

 

You Might Also Like

Le clementine di Vincenzo. La qualità ritrovata.

By 9 Novembre 2014 Filo di Perle

E’ la qualità della vita e di quello che si coltiva: questa la storia di Vincenzo Lia e le clementine Civico 48.

Le clementine di Vincenzo: sembra il titolo di una favola dal sapore esopico, con tanto di morale alla fine. Invece è una storia vera, di quelle che si ascoltano sempre più spesso in questi anni complicati, dove alcune persone fanno scelte difficili, qualche volta dimostrando agli altri che sì, si può fare. Si può decidere davvero di cambiare vita.

Vincenzo Lia è un uomo coraggioso, forse addirittura un po’ incosciente. Viene da pensarlo quando si scopre la sua storia, che come poche altre racconta un viaggio a vele spiegate a ritroso nel tempo e dentro se stesso. Un percorso teso a riallacciare la vita di Vincenzo alle proprie radici, ai propri ideali e desideri. Nonostante fatica e rinunce affatto facili da digerire.

Una su tutte, quella di mollare i soldi, i privilegi e lo status di un lavoro sicuro per riabbracciare la terra di Calabria e offrire agli agrumeti di famiglia una nuova vita. Vincenzo abbandona per sempre i cupi compromessi e la brillante carriera di informatore farmaceutico per tornare alle sue passioni giovanili: con la sua laurea in agraria tirata fuori dal cassetto, va ad abitare a Crotone e a lavorare tra gli appezzamenti del suocero a Corigliano Calabro, riscoprendo con passione la sua dimensione di agricoltore.

Nella piana di Sibari, tra il Pollino e il mare, Vincenzo si prende cura della terra e delle piante. Complice un microclima baciato dal cielo, le sue clementine diventano un frutto del paradiso: dolci, succose e oggi anche certificate bio.

Ed ecco l’idea: quella di diventare uno dei primi agricoltori 2.0. Vincenzo fonda Civico 48, l’e-commerce che in 48 ore consegna ai clienti le clementine appena ordinate (e appena raccolte!). In pochi anni, oltre alle certificazioni bio appassionatamente volute, le clementine di Vincenzo Lia arrivano in tavola, portando in tutta Italia il gusto degli agrumi di Calabria ma anche quello di una importante, personale rivincita.

Forse una morale c’è davvero, nella storia delle clementine di Vincenzo: sotto la buccia di un’esistenza comoda, a volte si nasconde il succo di una vita vera.

Per informazioni e ordinazioni (fino ad esaurimento frutta!): http://www.civico48.it https://www.facebook.com/civico48?fref=ts

You Might Also Like

San Colombano al Lambro. Così scorre la storia.

By 26 Ottobre 2014 Sbagliando Strada

A un’ora e mezza da Milano, tra vigneti e fiumi, un luogo che vive al ritmo d’altri tempi: San Colombano al Lambro.

San Colombano al Lambro è un ridente borgo nei pressi dell’omonimo fiume che sorge sull’unica collina in tutta la zona. Il paese porta il nome di un monaco irlandese, passato di qui nel VI  secolo d.C. Un religioso combattente, che lasciò segni indelebili del suo passaggio: la conversione dei padani locali al Cristianesimo e la diffusione della coltura della vite, che popola ancora oggi le colline tutt’intorno e dalla quale si ricava il San Colombano doc.

Il borgo sorge in una posizione strategica, anche rispetto al fiume e alla sua utilissima navigazione, e nei secoli passò di mano in mano. Fu conteso dai Romani, dai Franchi e dalla Chiesa milanese – che li acquisì nel 1034 – fino a Federico I di Svevia detto il Barbarossa, che rase al suolo sia il castello sia l’abitato nel 1158 (ma riconoscendone presto la posizione strategica, li riedificò rinforzandone le difese nel 1164). In epoche più recenti, San Colombano al Lambro fu conquistato da Napoleone prima e dagli Austriaci poi e solo nel 1861, con l’Unità d’Italia, passò definitivamente alla provincia di Milano.

IMG_4802Francesco Petrarca lo descrive così, in una lettera a Guido Arcivescovo di Genova del 21 ottobre 1353:

“E’ questo un vago fertilissimo colle, posto nel mezzo della Gallia Cisalpina, cui dalla parte esposta a Borea e ad Euro è prossimo San Colombano, castello assai noto e cinto di forti mura.  A piè del colle scorre il Lambro limpidissimo fiume e benchè piccolo, è capace di sostenere barche di ordinaria grandezza, il quale scendendo per Monza, di qui non lungi, si scarica nel Po: a ponente si stende lo sguardo a larga e spaziosa veduta, e regnavi gradita solitudine e amico silenzio. Io non conosco altro luogo che in positura si poco elevata si vegga attorno si vasto prospetto di nobilissime terre; sol che tu giri d’attorno l’occhio ti si offrono innanzi Pavia, Piacenza e Cremona.”

San Colombano al Lambro parla del suo passato con la riservatezza e il garbo della provincia contadina di pianura, operosa e gentile. Il centro storico è un salottino, con le case basse ordinate, la piazza con il Monumento ai Caduti, le chiese, la casa natale di Don Gnocchi, beatificato nel 2009.  E poi, la fortezza che quest’anno celebra l’850° anniversario della sua ricostruzione. Un castello medievale imponente che sovrasta l’abitato con le sue mura, le torri merlate e gli alberi secolari, tra i quali ci si rilassa con una passeggiata panoramica avvolta in primavera nel profumo di violette selvatiche.

Intorno al borgo le colline con le viti, i frutteti, le cascine e tanti itinerari enogastronomici molto apprezzabili: oltre al vino, vale la pena assaggiare piatti tipici che mescolano le tradizioni culinarie pavese, lodigiana e piacentina.

Informazioni: http://www.comune.sancolombanoallambro.mi.it

You Might Also Like

Il Platano. L’albero serpente.

By 13 Ottobre 2014 Alberi Maestri

Una storia sacra e profana, quella che ci racconta il platano. Albero maestoso, affascinante e di rara bellezza.

In antichità, è l’albero consacrato alla Grande Madre a Creta, e poi alla bella Elena. Nell’Iliade, Omero lo canta insieme a un serpente, ma i due si conoscevano già dal peccato originale: dentro un platano si rifugiò infatti il demonio strisciante dell’Eden ed è da allora che entrambi cambiano ogni anno la pelle e la corteccia.

La sua storia ne racconta tante. Pianta monumentale venerata dai re Dario e Serse; ombra preziosa per le speculazioni accademiche di Socrate e i filosofi greci; rami possenti a ospitare banchetti per i folli capricci del folle Caligola.

Il primo esemplare, scrive Plinio il Vecchio, arrivò in Italia dal Medio Oriente, a ornare la tomba di Diomede a San Domino, Tremiti. Il platano, albero maestoso incurante del freddo, dell’afa e dell’inquinamento, oggi fa l’orlo ai viali cittadini, indifferente allo smog e alle polveri sottili. In autunno si incendia di emozioni, illuminando di arancione le strade di città.

Quelli che vedi lungo i bastioni milanesi li volle Maria Teresa d’Austria. Nel piazzale della Pace a Parma, puoi ammirarne un filare secolare, lì dal 1830. Puoi ascoltare la storia di Napoleone, che lo piantò ad Alessandria dopo la vittoria contro gli austriaci, o quella dei 100 bersaglieri nascosti tra i suoi rami in un paese che si chiama come lui, vicino a Caprino Veronese.

In piazza Cavour a Torino, a Castellanza, Cunardo e a Racconigi, sul lungolago di Luino (ciò che ne resta) o nei mille Viali dei Platani d’Italia, lui battezza strade, hotel e ristoranti, proteggendo jogging solitari, baci fidanzati, letture di giornali e passeggiate in libertà.

Nome: Platanus x acerifolia, Platanus orientalis
Famiglia: Platanacee
Curiosità: I Romani attribuivano ai capolini dei platani il potere di guarire dall’avvelenamento di serpenti e scorpioni

 

You Might Also Like

Francesco e la Lenticchia di Mormanno. Valori di famiglia.

By 3 Ottobre 2014 Filo di Perle

Francesco Armentano e la Lenticchia di Mormanno raccontano una storia di simbiosi perfetta. Quella di una famiglia e della terra calabrese.

Mormanno è un paesino calabrese arroccato come un rapace nel Parco Nazionale del Pollino, pronto a volar via da un momento all’altro se chi arriva non gli piace. Francesco è un uomo dal sorriso aperto e verace come la sua Osteria del Vicolo, gestita con la mamma Pina e il fratello Vincenzo, rintanata nelle viuzze proprio davanti alla Cattedrale. Un tempio della cucina locale, da anni nella guida Slow Food, che propone piatti del territorio sapientememte cucinati, tra i quali impera la Lenticchia di Mormanno, riportata in vita anche grazie all’azienda agricola che Francesco dirige insieme alla famiglia e a sua moglie Catia. mormanno cattedrale valeria canavesi

Una scelta di vita per Francesco, che qui ha deciso di investire con perseveranza e sana cocciutaggine: la sua azienda si occupa esclusivamente di produzioni agricole autoctone, che poi vengono sapientemente cucinate e proposte nell’osteria. Un circolo virtuoso a km zero, che parte e ritorna alla terra seguendo le tradizioni contadine locali, i ritmi della natura e, soprattutto, i valori di un’esistenza che non arraffa a mani basse, ma semina e coltiva con pazienza.

Come è nata l’idea delle lenticchie di Mormanno? Esistevano già oppure non le coltivava più nessuno? “La Lenticchia di Mormanno è un prodotto che esiste da sempre, ma veniva coltivato ai margini delle grosse produzioni di legumi e frumento, varietà che apportavano grossi introiti all’economia del paese. Negli anni ’60, la Lenticchia di Mormanno era stata catalogata come varietà autoctona; tuttavia, un po’ per l’abbandono delle attività agricole, un po’ a causa di un territorio difficile, ostile alle grosse produzioni, un po’ per ragioni economiche, la coltivazione di tale seme fu dismessa. Qualche anno fa, mosso da voci di piazza, partì uno studio condotto dall’ARSSA (Agenzia Regionale per lo Sviluppo Agricolo della Calabria) in collaborazione col CNR di Napoli: venne ritrovato il seme grazie a un anziano contadino locale e da lì partì il progetto di recupero di questo legume. In questo contesto si inserirono la nostra azienda agricola e l’osteria.”

In cosa si contraddistinguono dalle altre lenticchie?  “Il gusto, prima di tutto, è molto diverso rispetto alle altre varietà. Inotltre, la nostra lenticchia viene coltivata a 1050 metri slm. Il seme è piccolo (microsperma 3-4 mm) e il colore varia dal rosa, al verde, al beige, con e senza striature. La cottura è velocissima: senza ammollo è pronta da servire in 30 minuti.”

Come è arrivato il presidio Slow Food nel 2009? “Alla presentazione dello studio condotto dall’ARSSA furono invitati, tra gli altri, alcuni tecnici di Slow Food che decisero di inserire la Lenticchia di Mormanno nell’Arca del Gusto. Ci costituimmo come Associazione di produttori e mi elessero come presidente. Intanto il nostro lavoro di divulgazione, soprattutto culturale, fece sì che la risposta da parte dei clienti fosse immediata: fu così che nel giro di pochi mesi la Lenticchia di Mormanno divenne Presidio Slow Food. Oggi però il Presidio è sospeso, in attesa del nuovo protocollo d’intesa tra noi produttori e Slow Food.”

Quali valori e quali caratteristiche del territorio interpreta questo prodotto? “La nostra intuizione fu quella di vedere nel ripristino del seme un’occasione di riscatto per il territorio di Mormanno. Un riscatto economico, sociale e culturale (buono, giusto e pulito non era solo lo slogan di Slow Food rispetto al cibo, ma uno stile di vita perseguito nel rispetto della dignità delle persone e di un territorio tristemente noto per altre ragioni. Credo davvero che le rivoluzioni partano dal basso: in quest’ottica, un ritorno all’agricoltura potrebbe aiutare a superare l’attuale crisi, economica e morale.”

Come ha reagito il territorio alla vostra attività? Vi hanno sostenuto? “Sì. Ringrazio l’Ente Parco Nazionale del Pollino, il Comune di Mormanno e la Provincia di Cosenza, che ci hanno sostenuto in occasione del Salone del Gusto di Torino. Ringrazio particolarmente i cittadini, tutti i nostri clienti e il territorio di Mormanno che ci seguono con interesse in ogni attività e progetto.”

Cosa pensa del ritorno all’agricoltura? Può essere una risorsa per l’Italia in questo momento di crisi? “La terra è sempre una risorsa, soprattutto quando impariamo a rispettarla e a prendere ciò che può darci, senza forzature o saccheggi. Vivo qui con mia moglie e i miei figli, ed è a loro che penso quando coltivo o accolgo un cliente in osteria. La serenità, una vita in equilibrio con la bellezza che ci circonda: ecco qual è l’eredità più preziosa che posso lasciar loro.”

IMG_6199Azienda Agricola Fratelli Armentano – Via San Michele 127 – 87026 Mormanno (CS) – Tel +39 0981 80475 oppure +39 339 5844132

Per informazioni sull’Osteria e il bed&breakfast: www.sanmichelebb.it

You Might Also Like

Anagni. La città dello schiaffo.

By 25 Settembre 2014 Sbagliando Strada

Uno scrigno di pietra che racchiude tesori e memorie papali: benvenuti ad Anagni.

Anagni è una tappa obbligata per chi è a Roma, o anche solo nei pressi. Direzione Sud, praticamente a metà strada tra l’Urbe e Frosinone, in Ciociaria. L’impatto è solenne, si respira tra le vie e i campanili che questo è un luogo dove la Storia ha vissuto per secoli.

Prima gli Arcazzi romani, con il fallo e i pilastri in travertino, poi dentro le mura, nelle vie lastricate, tra mercatini all’aperto, botteghe e trattorie: si sale.

Scorre Casa Barnekov, dimora del XIII secolo poi abitata nel secolo scorso da un pittore svedese che la restaurò e affrescò. La facciata è un ricamo di archetti ciechi, bifore e scalette e prepara l’animo alla scoperta di ciò che verrà.

Paese natale di quattro papi, Anagni si scopre con un palazzo, e un oltraggio: quello di Filippo il Bello re di Francia al pontefice Bonifacio VIII, umiliato qui, a casa sua, nel 1303. Imprigionato e poi liberato dai suoi concittadini, il papa potè quindi rientrare a Roma, dove però morì il mese successivo consegnando alla Francia la supremazia sul potere papale. Anche Dante nella Commedia celebra l’evento:

«Perché men paia il mal futuro e ‘l fatto,
veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
e nel vicario suo Cristo esser catto.

Veggiolo un’altra volta esser deriso;
veggio rinovellar l’aceto e ‘l fiele,
e tra vivi ladroni esser anciso.»

Purgatorio XX, 85-90

Eccolo, salendo, il palazzo di Bonifacio e dello schiaffo di Anagni: una classica residenza baronale del XII secolo, con due ampie arcate, la scalinata laterale, le bifore. Residenza papale e simbolo di potere che incute soggezione anche oggi.

Ma poi. Poi si arriva in piazza, dove si erge la splendida Cattedrale di Santa Maria Annunziata. Raffinata, elegante e fiera al contempo, fuori. Dentro, un miracolo: uno sguardo alle navate slanciate, ma poi gli occhi si incollano verso il basso, ipnotizzati dai mosaici del pavimento in stile cosmatesco: un collage di marmi, pietre, simboli mariani, geometrie voluttuose, arabeschi di pietra e meraviglia. Chissà, forse fanno da anticamera al miracolo che si ripete amplificato mille volte: la cripta con i 540 metri quadri di affreschi che moltiplicano l’orgoglio per un’umanità capace di creare bellezza in tale quantità. Si celebra la spiritualità, ma anche il pensiero: storie dell’Antico e del Nuovo Testamento si combinano con ritratti di Ippocrate e Galeno; episodi della vita del patrono San Magno ed altri Santi convivono con la Teoria platoniana degli Elementi e un ciclo scientifico sulla creazione dell’uomo.

Non è possibile scattare fotografie ma non importa: come ad Aquileia o nella Cappella Sistina, è impossibile replicare l’effetto scenografico che questi capolavori suscitano dal vivo. Si osserva, si tace, si pensa, si prega. Termina la visita ed è tempo di decantare le emozioni, prima di andare: il Museo Lapidario nel chiostro e il Museo del Tesoro chiudono il cerchio con altre raffinatezze e cimeli preziosi.

L’Associazione “Artem et Culturam Custodire atque Promuovere” provvede alla gestione del Museo della Cattedrale – Tel 0039 0775/728374 – www.cattedraledianagni.it

Informazioni: http://www.comune.anagni.fr.gov.it/home/http://www.prolocoanagni.it

You Might Also Like

Calma e gesso. Storie di parole.

By 15 Settembre 2014 A Ruota Libera

Calma e gesso. Sorci verdi. Latte alle ginocchia. Diavolo a quattro. Frasi italiane che nascondono fatti storici, tradizioni sportive, storie del passato.

Espressioni figurate, locuzioni evocative dai colori sgargianti, trinomi di parole che nascondono aneddoti, storie divertenti, curiosità dei tempi andati: l’Italiano è una meraviglia, c’è poco da fare. Quindi, lasciamoci alle spalle pregiudizi e significati letterali e intraprendiamo un viaggio nel tempo e nel dizionario. Pronti via, è ora di andare!

Calma e gesso. Notte fonda in sala da biliardo. Aria spessa di sigarette, sudori freddi e fronti maschili corrugate. Giocatori d’azzardo e brutti ceffi di provincia, usciti dritti dritti dalla penna di Piero Chiara. Il tiro, il prossimo, è di quelli pesanti come i denari che ci hai scommesso sopra. Calma. E gesso sulla stecca, ad aumentare l’attrito con la biglia e controllare al meglio il tiro…

Sorci verdi. Anni 30, a bordo di un rombante aereo della 205ª squadriglia della Regia Aeronautica, 41° Gruppo bombardamento terrestre, 12° stormo nella IIIª Squadra Aerea (così siamo precisi). Decollo immediato e via lontano nel cielo, verso imprese visionarie, sportive e poi belliche, riportando vittorie volanti sugli avversari. Guarda bene: sulla fusoliera dei vincitori, tre topi verdi!

Latte alle ginocchia. Dalle stelle alle stalle, a mungere vacche con le mani. Seduti sullo sgabello, mettendo nel conto molto (molto) tempo e tanta (tanta) pazienza prima di riempire il secchio fino al livello delle ginocchia.

Diavolo a quattro. E ora, nel Medioevo. Entriamo in teatro e saliamo sul palcoscenico: la parte del Diavolo nelle sacre rappresentazioni è interpretata da quattro attori, in modo da poter cambiare le sembianze del demonio tentatore in fretta e furia. Si fa, ma con una confusione del diavolo (sic!).

You Might Also Like

Lucia Annibali. La donna che visse due volte.

By 1 Settembre 2014 Italiani Maiuscoli

Da ragazza innamorata della persona sbagliata a Cavaliere della Repubblica: Lucia Annibali ricomincia da sé.

“Guardami. Ora non mi fai più paura.” – Lucia Annibali

Colpisce la sua calma. La sua pacatezza. Sorprende sentirle dire che lei ora sta bene, finalmente. Lascia a bocca aperta l’espressione di equilibrio e potenza del suo nuovo volto, quello che lei si sta caparbiamente ricostruendo, operazione dopo operazione. E dopo che un uomo, anzi no, ha commissionato ad altri l’atto di sfregiarla per sempre con un acido cattivo, che le ha liquefatto il viso, ma di certo non la vita.

Lucia Annibali è una donna che ha saputo compiere un’inversione a U dove altri si sarebbero schiantati, ricominciando da sé e dalla sua voglia di vivere. Una bellissima ragazza, un avvocato, nel pieno degli anni e delle energie migliori: questo di Lucia si poteva dire prima e si può dire adesso. Tra il prima e il dopo chili di bendaggi, dolore e sofferenza. Eppure lei è sempre Lucia, anche se la sua vita è ripartita da zero.

Lucia lotta in ospedale, dicendo a se stessa “devo tornare a vivere”. Lucia supera le fasi più critiche, torna a casa. Lucia non tace, non si nasconde. Rialza la testa e mostra senza ipocrisie i segni della violenza bestiale che le si è scatenata contro il 16 aprile 2013. A viso aperto racconta, spiega, ricorda, squarciando il velo di paura, timidezza e pudore che troppo spesso occulta le storie come la sua, manco fossero vergogna.

La sua storia sbatte in faccia a tutti una piaga sociale italiana troppo spesso sottovalutata e giustificata, in nome del “se lo sarà cercata” o, peggio, del malinteso amore criminale, che amore non può essere mai. Le sue parole smuovono sentimenti e coscienze, proprio perché ponderate, chiare, al servizio della società civile e di altre donne, troppe, che vivono situazioni prossime alla sua.

Negli ultimi mesi Lucia Annibali ha concesso molte interviste, ha scritto un libro, ha ricevuto premi importanti. Uno su tutti, l’onorificenza che il Presidente Napolitano le ha tributato a nome dell’Italia intera «per il coraggio, la determinazione, la dignità con cui ha reagito alle gravi conseguenze fisiche dell’ignobile aggressione subita».

Lucia Annibali ha ricominciato a vivere. Anzi no, lei non ha smesso mai.

You Might Also Like

Nell’Agrigentino. Splendido libro multimediale dedicato alla Sicilia più sorprendente.

By 24 Luglio 2014 EBOOKS

Nell’Agrigentino. Ebook fotografico in viaggio tra la Sicania e il mare a 5,99 €.

Per smartphone, tablet, pc: scarica e acquista su Book Republic & Mondadori Store

Per Kindle: scarica e acquista su Amazon

Scarica e acquista su iTunes

Dai Monti Sicani al mare. Da Empedocle a Camilleri. Dai templi greci ai borghi Oscar del cinema. Il viaggio nell’Agrigentino raccontato in questo ebook è uno zigzagare nel tempo e nello spazio, alla scoperta di una Sicilia profonda, in parte ancora inesplorata e selvatica ma forse per questo più autentica e pura.

Nell’Agrigentino è un’esperienza che inizia tra le verdi montagne dell’interno, in un patrimonio di biodiversità incredibile, su strade che stupiscono a ogni curva: rupi a strapiombo, colline ordinate di vigne e uliveti, tripudi di fiori primaverili, vulcanelli di gas e fango freddo, paesi arroccati come rapaci a dominare il mondo.

Da qui alla costa è la Storia a prenderci per mano: memorie immortali tra la Valle dei Templi di Agrigento e la rivale Selinunte; le rovine di Eraclea Minoa e il loro triste destino; l’elegante Sciacca e le sue terme antiche; resti di ville romane nei pressi di spiagge mozzafiato e falesie bianco neve infilate come prue dentro al mare smeraldo.

E poi… poi ci sono le storie che non si sanno: l’artista naif deriso e incompreso, oggi esposto nel museo più importante dell’Art Brut internazionale; il giardino dell’Eden a pochi passi dai templi agrigentini; la Pasqua sacra e quella profana tra balli di santi, incontri con Madonne e Cristi Risorti, architetture di pane maestose e visionarie. E infine, una nuova risposta a domande vecchie di secoli: dove si nasconde Kamikos, la mitica città disegnata da Dedalo? E dove si trova la tomba di Minosse, da lui ucciso proprio in terra agrigentina?

Nell’Agrigentino è un racconto che porta lontano, tra gallerie fotografiche suggestive, video, link di approfondimento a siti web, informazioni utilissime anche per chi volesse poi partire per rivivere a modo proprio un viaggio unico, incredibile, da ricordare per sempre.

INCIPIT

Minosse, Pirandello, Ruggero II, Empedocle. E poi Santa Rosalia, Terone, Lucio Postumio Megello e Quinto Mamilio Vitulo. E ancora: Camilleri, Annibale Giscone, Sciascia, Dèdalo. Tanti i personaggi – reali e immaginari – nati, vissuti o morti qui: Greci, Romani, Punici, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi si sono combattuti e succeduti per secoli su troni provvisori, in bilico perenne tra il precedente vinto e il vincitore preceduto. Qui, nell’Agrigentino. 

Terra di Sicilia baciata da ogni dio, terra promessa di ogni uomo, troppo bella, ricca e fertile per appartenere ad altri. Selvatica, sensuale, inebriante: ti ammalia lieve, ti seduce con un tuffo al cuore e poi ti morde, e ti fa male.

Valeria Canavesi Nell'Agrigentino - cover ebook

In copertina: Tempio dei Dioscuri, Akragas

You Might Also Like

I mosaici di Magda. Puzzle della meraviglia.

By 1 Luglio 2014 Filo di Perle

L’insigne tradizione dell’arte veneziana si rinnova nei mosaici di Magda Busetto.

I mosaici di Magda Busetto, artista nata e residente a Venezia, hanno un significato particolare: nella città di San Marco, dove l’arte mosaicistica ha raggiunto espressioni di livello altissimo, è bello scovare un talento puro, capace di ristabilire continuità tra i fasti del passato e un presente incerto, schivo e sottotraccia.

Lei è una chimica farmaceutica diventata mosaicista per passione, e forse anche per un destino che le ha ingarbugliato la vita aprendole una nuova strada, lastricata di creatività, colori, materia e spiritualità. Nel 2005, ispirata anche da un viaggio in Australia e dai simbolisimi aborigeni che stimolano la sua immaginazione, Magda Busetto inizia a frequentare i corsi del maestro Giovanni Cucco, capo restauratore dei mosaici della basilica veneziana. E’ lui a scoprire in Magda eccezionali doti di inventiva e manualità ed è lui a incoraggiarla a intraprendere un percorso di ricerca e sperimentazione, creatività e sapienza tecnica.

Nel 2009, un evento che segnerà gli anni a venire: Magda si aggiudica la menzione d’onore del premio internazionale Orsoni con Occhio, opera con cui lancia un’inedita sfida alla rigidità e alle superfici piatte cominciando a lavorare sulle 3 dimensioni.

Tessere di vetro, smalto, marmo. Oro, blu, argento, nero, rosso. Linee curve, spirali, azzardi concavi e convessi. Segni aborigeni d’Australia, occhi indagatori, carapaci verdeoro. Leoni di San Marco, prue di gondola e foto della NASA. I mosaici di Magda Busetto ripropongono una tradizione antica attraverso forme innovative, messaggi universali e sperimentazioni tridimensionali davvero suggestive, anche grazie ad accostamenti cromatici dal notevole impatto estetico.

Ciò che era iniziato per curiosità oggi è diventato un lavoro: Magda Busetto è un’artista riconosciuta a livello internazionale e, affiancata dal suo maestro di sempre, lavora dal 2012 al restauro dell’immenso pavimento lapideo di san Donato a Murano: 500 metri quadrati di mosaico-tappeto del XII secolo, da far tornare a splendere su incarico della Save Venice Inc (http://www.savevenice.org/restorations/murano-mosaic-floor-2012/).

Collezione e rassegna stampa sul sito ufficiale: www.magdabusetto.com

You Might Also Like