La Piazzetta. Il covo di Carmela e Alì.

By 26 settembre 2015 Filo di Perle

La Piazzetta è un’osteria con alloggio a Valle dell’Angelo, un rifugio di umanità ed eccellenza nella terra dei briganti, nel Cilento più puro.

Ci arrivi da Piaggine, da Laurino, da Rofrano o da Sanza, dopo chilometri di ritorte stradine in saliscendi. Cerri, ulivi, fichi d’india. E curve. E asfalto piegato dalla franosa fragilità degli Appennini, insieme al fascino di boschi secolari, fitti fitti, che avvolgono il cammino chiudendosi a volta sopra il cielo. A Valle dell’Angelo, e all’Osteria La Piazzetta,  non si arriva per caso: o è per scelta o è per destino. E in entrambi i casi è un privilegio, approdare qui.

valle dell'angelo valeria canavesi

Ad accogliervi può esserci Carmela, chef di eccellenza e garbo d’altri tempi; oppure Alì, uomo di montagne e storie rare, a cui basterà un’occhiata per capire subito di voi. Marito e moglie, una coppia di resistenti gentili e fieri, un baluardo del Cilento più autentico proposto in piatti sublimi e racconti che ci passeresti la notte, ad ascoltarli. In questi territori lo Stato ha disertato da tempo ed è difficile non cedere alle lusinghe dell’abbandono: molte le case vuote, pochissimi gli abitanti (a Valle dell’Angelo sono 169). Eppure Carmela e Alì sono piantati qui, come i faggi delle foreste sul Cervati, a presidiare luoghi, tradizioni e sapienze antiche. A offrire ristoro e ospitalità a viaggiatori e buongustai di tutto il mondo (numerosi gli stranieri che fanno tappa a La Piazzetta, complice una Chiocciola Slow Food meritata da anni).

A La Piazzetta non esiste un menù e non si arriva senza prenotazione, perché la cucina mette in tavola solo ciò che si coglie nell’orto al mattino. Ogni piatto è un viaggio al ritmo dei frutti delle stagioni, in perfetto equilibrio tra qualità degli ingredienti e una sapiente abilità nel trattarli.  Chi scrive si è seduto a tavola con l’inizio dell’autunno e può maldestramente narrare di tortini di zucchetta guarniti con pesto di mandorle, peperoni ripieni all’acquasale, mele grigliate con scaglie di pecorino – utili a rinfrescare il palato prima di assaporare maltagliati fatti a mano con porcini appena raccolti, piatti della domenica con polpette di ricotta di pecora, braciole e salsicce al ragout e uno strepitoso dessert: il raviolo al fagiolo bianco di Gorga con marmellata di castagne, buccia d’arancia e cannella. Ogni presentazione è un trattato di eccellenza alimentare e la pacatezza con cui Carmela racconta è la stessa con cui cucina: agli ingredienti di stagione vanno aggiunti tanta calma, tanta cura, più tutto il tempo che ci vuole.

faggeta valeria canavesiQuando poi, satolli e felici, ci si appresta a gustare il caffè, il talento di Carmela lascia spazio all’estro anarchico di Alì. Se gli andate a genio vi dirà del lupo e delle nevere, dei briganti e delle gole del Sammaro, delle grave e degli inghiottitoi nascosti dai faggi sul Cervati (il monte più alto della Campania, a poca distanza). Vi parlerà dell’acqua che suona, di segrete Vie del Sale, del pisciaturo rili ciucci. E magari avrete la fortuna di poter restare a dormire, nel suo albergo diffuso in paese (gli audaci chiedano la camera 41 bis!) o al Rifugio Cervati in montagna, scoprendo passo passo la natura del luogo e quella di persone speciali e appassionate, capaci in poco tempo di lasciare un segno profondo, nella memoria e nel cuore.

Osteria La Piazzetta – Piazza Canonico Iannuzzi , Valle dell’Angelo (SA) + 39 0974 942008 

Rifugio Cervati – www.rifugiocervati.it 

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Passeggiando per Sala Comacina. Scorci di Lario incantato.

By 21 agosto 2015 Sbagliando Strada

Sala Comacina è un piccolo comune, affacciato a sfioro sul Lago di Como, proprio davanti all’isola Comacina.

È difficile raccontare il Lago di Como e le sue atmosfere a chi non sa. È questione di scrosci a schiaffo, giardini-ricamo strappati alla roccia, viuzze antiche nel silenzio cicala di gazebo in pietra, ulivi e oleandri. È mal di piedi sui sassi a entrare nell’acqua, odore di alghe e onde verdi, voli di nibbio e di rondone, suoni sommessi di eleganti piroscafi storici.

L’incanto si presenta anche qui, a Sala Comacina: paesino stretto come un pugno che affiora, quasi fosse un ricordo, dalle acque scure del Lario. E’ un grumo di case colorate (alcune anche troppo) abbarbicato caparbio su quel poco di terra non verticale che si accuccia sotto la Via degli Ulivi: qui inizia infatti la Zoca de l’Oli, zona del lago dove si produce un extravergine di tutto rispetto.

La chiesetta di San Bartolomeo fa da centrino al borgo; intorno, si diramano stradine e discese a lago, hotel e ristoranti, lidi, approdi e porticcioli. Nessun rumore motore, da queste parti: si va a piedi, godendo di gradini in saliscendi e scorciatoie acciottolate, che approdano su piazzette schive e passeggiate antiche.

sala comacina valeria canavesi 8Cipressi, Cedri del Libano e platani centenari. Cigni, svassi e folaghe. Bisce d’acqua e libellule blu. Ed eccola, la via Regina antica: si diparte in silenzio, zitta zitta, verso Ossuccio. C’era lo spazio per passarci a cavallo – ma solo uno alla volta! – tra le mura di pietra alte due metri che fanno da confine a ville e parchi meraviglia. Tra cancelli in ferro battuto e cappelle votive si oltrepassa un fiume, il cui greto fu pavimentato dai Romani, e si sbircia curiosi quel che si può: gazebo e fontane, viali curati e viste lago mozzafiato. Nel verde ombroso si intravede il giardino di Villa Rachele (detta anche La Puncia, perché sporge nel lago): un tempo si chiamava Villa Beccaria perché fu proprietà del nonno del Manzoni. Qui visse per anni Cesare Cantù e qui soggiornarono intellettuali e artisti di ogni tempo (tradizione antica sul Lario: non lontano da qui la Villa del Balbiano e quella, splendida, del Balbianello- a cui abbiamo dedicato un libro).

Il tratto è breve, ma non il percorso all’indietro nel tempo, che approda a piccole spiagge e a insenature tranquille. L’Isola Comacina intanto non smette di guardarti e di fare l’occhiolino: è proprio lì, e ti sembra di poterla toccare con un dito. Fino al ritorno al paese, e alla realtà.

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Rosso Porpora. Un borgo, due fratelli, la Sardegna più pura.

By 28 giugno 2015 Filo di Perle

Rosso Porpora è un antico villaggio rurale, dove i fratelli Steri accolgono viaggiatori appassionati, vicino al mare più bello del mondo.

a riveder le stelle rosso porpora 7Se non lo sai non ci arrivi. Il borgo Rosso Porpora gioca a nascondino fino all’ultimo, gelosamente protetto da lentischi, olivastri e dalle vigne basse di Carignano, vitigno superstar autoctono del Sulcis. Il villaggio sbuca fuori all’improvviso in località Is Loccis Santus e libera tutti alla fine di una stradina ricamata da muretti a secco, fichi d’india e rovi di more. Lo trovi solo seguendo le attente indicazioni di Antonello Steri, che insieme al fratello Adriano ha restituito la vita a questo antico Medau nei pressi di San Giovanni Suergiu, oggi completamente ristrutturato nel rispetto della bioedilizia artigianale dettata dalla tradizione storica del luogo.

Terra cruda, terracotta, pietra locale, giunchi, bambù: ogni parete, arco, tetto o pavimento è stato costruito a mano rispettando il saper fare di Fenici e antiche popolazioni nuragiche. Un patrimonio di conoscenza salvato per sempre dall’oblio, tramandato con cura di generazione in generazione, capace di stupire per armonia costruttiva e qualità abitativa. Le case non hanno condizionatori: qui si impara ad aprire e chiudere le finestre, aerando la casa a seconda del vento. C’è maestrale? Socchiudi a nord ovest. C’è scirocco? Spalanca a sud est. I venti opposti, la luce e l’ombra, il caldo e il fresco: non si premono telecomandi ma si apprendono i cicli del cielo, che di notte si accende di stelle illuminando voli di allocchi e frinire di grilli. a riveder le stelle rosso porpora 2

No TV, no maxischermi. Perfino i cellulari abbassano la voce, come gli ospiti del borgo, a cui viene riservata un’esperienza di umanità straordinaria: premurosa come le attenzioni di Antonello, schietta come la stretta di mano di Adriano, dolce come i sorrisi di Alessandra. Adulti e bambini riscoprono qui il piacere di dimenticarsi che ora è, ascoltare dritte preziose su spiagge e gioielli del territorio, aspettare chiacchierate e  racconti  che fan tirare tardi la sera, come belle fiabe prima di andare a dormire.

Il borgo è il nido in cui rifugiarsi dopo le escursioni meraviglia del giorno. Tappe obbligate: le dune imponenti e il mare diamantino di Porto Pino e Cala Domestica; le calette nascoste di Teulada e Sant’Antioco; i fenicotteri rosa nelle lagune a Porto Botte. E ancora: il razionalismo puro di Carbonia, il romanico elegante di Tratalias, le miniere Unesco scavate sulla costa o nell’entroterra dell’Iglesiente, opere ingegneristiche straordinarie riaperte al pubblico da qualche anno (info e approfondimenti qui).

Emozioni forti, sapori autentici, luoghi di bellezza rara attendono chi ama i viaggi e l’Italia più autentica, al borgo Rosso Porpora. Chi ci viene si porta via un pezzo di Sardegna, e non la dimentica più.

BORGO ROSSO PORPORA di Adriano e Antonello Steri

www.borgorossoporpora.com – + 39 347 9497274 – rossoporporaweb@gmail.com

 

 

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Il cirmolo. Re delle Alpi.

By 17 maggio 2015 Alberi Maestri, Temi

Il cirmolo è un albero nobile ed è l’unico che sopravvive oltre i 2000 metri di quota.

Non c’è che dire, il cirmolo mette soggezione. Sua altezza è maestoso, e vigoroso come il verde scuro della sua chioma folta. E’ schivo, taciturno e non ama la compagnia: lo trovi spesso da solo o in piccoli gruppi, abbarbicato in quota anche sopra i 2000 m slm, tra basse ericacee e disordinati cespugli di pino mugo, inginocchiati sotto di lui.

Ha spesso il tronco contorto, come se il suo legno avesse digrignato i denti durante l’inverno. Del resto, in alto il vento spira gelido; cascano frane, precipitano valanghe; il sole fa capolino di rado e si va decine di gradi sottozero, magari per mesi. Ma il cirmolo sopporta, non si lamenta. Non teme il freddo e nemmeno le intemperie estive, quando i fulmini picchiano come fabbri sulle incudini delle rade, colpendolo mentre svetta verso l’alto e spaccandogli sovente la cima, dividendola in due. E non si scompone nemmeno quando piove: anzi, fa scorta d’acqua inzuppando il suo legno, che diventa assai morbido, duttile agli scalpelli e agli scossoni di neve.

Il cirmolo cresce regale, con calma. Non diventa adulto prima dei 40 anni e con la sua pazienza può raggiungere anche i mille anni di età. Ogni tanto – circa un anno ogni cinque – produce semi in quantità: pinoli gustosi e robusti. Se fosse per lui, però, cadrebbero ai suoi piedi, sotto i suoi rami possenti e ombrosi, e non avrebbero né luce, né spazio, né terra sufficiente a mettere radici. Ed ecco il suo segreto per la successione, che ha le ali e anche il becco: si chiama nocciolaia, uccellino ghiotto e furbo che fa scorta di pinoli, sotterrandoli qua e là per cibarsene fino all’autunno. Ogni tanto però si dimentica un nascondiglio: è lì che spunteranno i cembri di nuova generazione.

Dà vita a grappe amare e a tisane contro il raffreddore; il suo profumo aromatizza schiume da bagno e deodoranti per ambienti. Il suo legno profumatissimo respinge i tarli. Tenero e pastoso, viene usato per rivestire le stube in Sud Tirolo o per costruire mobili; è materia prima per abili scultori ma non per il camino: quando brucia si arrabbia ed emette un odore fastidioso. La sua tranquillità lo rende adatto a diventare un letto o una culla per bambini: il suo abbraccio rilassa e fa dormire più sereni.

E’ l’albero a cui lo scrittore Erri De Luca afferma di assomigliare; Mauro Corona dice di lui che “rappresenta la domenica del bosco, il giorno di festa, la giornata del riposo e del sorriso” (cit. Le voci del bosco, Mondadori).

In Italia il cirmolo trionfa in Alto Adige e su tutto l’arco alpino.

Nome: Pinus cimbra L.

Famiglia: Pineaceae

Curiosità: gli aghi del cirmolo si presentano in mazzetti da 5

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Federica Angeli. La guerriera che ha imbracciato la penna.

By 20 aprile 2015 Italiani Maiuscoli

Federica Angeli è una giornalista che da anni smaschera il malaffare a Ostia e sul litorale romano.

“Sono arrivate le ruspe. Buongiorno Ostia. Sono sul posto per raccontarvi la svolta epocale.”  – Federica Angeli, 14 aprile 2015

Moglie, madre, giornalista, guerriera: Federica Angeli è una donna che combatte penna in resta contro la malavita organizzata laziale e romana, da anni padrona del mare, delle spiagge e delle attività commerciali di Ostia e dintorni. Non è un colosso, eppure è una leonessa – e chi la segue lo sa bene. Sulle pagine di Repubblica o su quella di Facebook, molti di noi hanno imparato a riconoscere il ruggito e la potenza delle sue parole, che graffiano da anni la balbuziente inoperosità della politica e il cinismo di chi pensa che ormai le cose sono andate così, ed è inutile tornarci sopra.

Da tempo, pezzi di delinquenza nera associati a reti mafiose e a eredi della Banda della Magliana hanno arraffato con la forza e l’illegalità lidi, spiagge e ristoranti, ma non sono riusciti a mettere le mani sulla voce di Federica Angeli. Sono riusciti a chiudere i varchi di libero accesso al mare ma non sono riusciti a chiuderle la bocca. Nemmeno con violenze verbali, accuse infondate, basse volgarità. E nemmeno con l’istigazione alla paura, che così spesso strozza in gola il coraggio e la voglia di lottare per un mondo migliore.

Federica Angeli vive sotto scorta da quasi due anni, ma non molla. Scrive, scrive, scrive. Fa nomi e cognomi. Risponde a testa alta a qualunque insulto, minaccia, intimidazione. Si dimostra forte e leale con chiunque abbracci la causa dell’onestà e della pretesa di avere giustizia. E con il tempo,  le sue unghiate color inchiostro hanno iniziato a scalfire il muro dei “non si dice”, accendendo i riflettori dove c’era il buio pesto e contribuendo a mettere in moto la macchina della giustizia, insieme alle ruspe che proprio in queste settimane hanno riaperto alcuni varchi al mare, restituendolo ai cittadini.

La guerra è appena cominciata, l’esito incerto. I poteri con cui ci si scontra a Ostia, come in gran parte d’Italia, sono di quelli forti, fortissimi. E come dice lei, “a Ostia niente è come sembra”, tanto che l’hanno attaccata pure alcuni cosiddetti esponenti dell’antimafia (vedi l’articolo di Ossigeno). Ma potete giurarci: in mezzo alla battaglia, tra vittorie e sconfitte, Federica Angeli ci sarà. A testa alta, con lo sguardo dritto e la sua penna in mano.

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Le illustrazioni di Paolo d’Altan. Tra sogno e realtà.

By 23 febbraio 2015 Filo di Perle

Benvenuti nella dimensione fantastica della realtà. Benvenuti tra le visioni di Paolo d’Altan.

Paolo d’Altan è un illustratore, anzi no. Più precisamente, è un poeta delle immagini, un pittore di sogni, un artista visionario. Impossibile confonderlo con altri: il suo registro onirico ed evocativo contraddistingue ogni sua opera in perenne, affascinante bilico tra quel che è e quel che potrebbe essere. Il suo tratto e le sue sfumature si muovono in perfetto equilibrismo tra la realtà e la finzione, disegnando universi paralleli, creature fantastiche e una realtà che cela sempre significati nuovi, mai scontati.

Suggestioni oniriche, sfumature delicate, grazia e potenza dell’immagine sono gli elementi chiave della sua narrazione, emotiva prima che razionale. La tecnica sopraffina svela se stessa già con le prime matite: schizzi dove un’apparente irregolarità disegna uomini, paesaggi e animali con maestria e assoluta precisione. L’espressione di un volto, il balzo di un gatto, l’atmosfera di un luogo: Paolo d’Altan ritrae e trasfigura. Con il tratto prima, con la magia dei colori poi.

Tavolette e penne digitali hanno in parte sostituito le tele e i pennelli, ma le sue creazioni non sono cambiate con la tecnologia. Paolo d’Altan cerca l’anima di ciò che raffigura e la svela a chi, come noi, non sarebbe in grado di vederla. Le sue tavole non sono mai immagini didascalia e non abbassano la testa nemmeno quando a firmare le storie sono giganti della letteratura come Salgari, London, Kipling. Anzi, forse danno il meglio di sé proprio misurandosi con la narrazione dei grandi.

L’abilità pittorica aggiunge messaggi e significati, emoziona e intriga. Ed è il timbro della sua voce visiva ciò che gli ha permesso di aggiudicarsi negli anni innumerevoli premi e riconoscimenti, in Italia e all’estero. Come il Premio Andersen nel 2011, motivato con queste parole: “Per l’attento e paziente lavoro di documentazione che accompagna ogni suo lavoro. Per la vividissima capacità, affinatasi nel tempo, di narrare cogliendo con fervida precisione gli stimoli e gli echi dei testi.”

Paolo d’Altan vive e lavora a Milano nel suo studio Rebelot Design

 

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Mazzorbo. L’isola che non c’è.

By 9 febbraio 2015 Sbagliando Strada

Sospesa tra Venezia e Burano, la defilata Mazzorbo è un’oasi di pace sconosciuta alle rotte del turismo di massa.

350 abitanti. Un parco giochi con le panchine rosse. Casette delle fiabe tra i canali. Aironi cenerini e garzette insieme a rondini e farfalle. Mazzorbo è tutta qui: una lingua di terra che lambisce l’affollata Burano senza toccarla mai. Il Ponte Lungo le unisce con i legni della sua campata, eppure queste due isole non potrebbero essere più distanti: Burano è colori accesi, turisti e infradito, fritture di rosticcerie e ristoranti sul canale; Mazzorbo è silenzio, passeggiate ombrose sotto i platani, pensieri lenti tra il cimitero e le case del centro, dalle forme futuristiche color salvia e lavanda.

Mazzorbo era Maiurbum, una volta. Da Maior Urbs, la città grande: il luogo dove gli abitanti dell’entroterra scapparono nel VII secolo d.C. a causa dei barbari e delle loro invasioni. Vicino, oltre a Burano, l’isola-emporio di allora: Torcello, altra ostrica della laguna, che nasconde la perla di mosaici da non crederci, fino a quando non li vedi. Accanto sonnecchia Mazzorbetto, lembo di terra e pace infinita al di là del canale e dei vaporetti che ospita una vegetazione lussureggiante, alcune ville e una dimora di Giacomo Casanova.

Mazzorbo visse la sua età d’oro fino all’anno Mille. Poi iniziò il declino, inversamente proporzionale all’ascesa di Venezia e della sua sfolgorante volontà di potenza. Delle sue chiese, dei suoi palazzi e delle glorie di allora non rimane quasi nulla, solo la Chiesa gotico-romana di Santa Caterina e alcune case nobiliari affacciate sul canale principale. Il resto è quiete e natura, vigneti di Dorona e Carmenere, prati di papaveri e trifoglio, orti e verzieri dove trionfano le castraure di Mazzorbo (il primo, prelibato frutto dei carciofi, dal gusto di salsedine).

Mazzorbo è una parentesi di silenzio, colori tenui e raffinata solitudine; un luogo dove è bello andare, girovagare e ritornare. E perfino perdersi, prima del prossimo vaporetto e del ritorno alla realtà.

 

 

 

 

 

 

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#iostoconerri e con la libertà di opinione.

By 20 gennaio 2015 Italiani Maiuscoli

#iostoconerri è l’hashtag contro il processo a Erri De Luca, scrittore sublime, intellettuale scomodo, anima libera.

“La letteratura è un traguardo che non risponde a generi né a temi. Avviene, e quando avviene è festa per chi legge.” – Erri De Luca

Erri de Luca è – almeno per chi scrive – lo scrittore italiano contemporaneo migliore di tutti. I suoi libri sono leggeri come le farfalle (spesso non arrivano alle 100 pagine) eppure raccontano storie di peso, che affondano nel profondo e lì restano per sempre. Sono storie che prendono vita in trame reali e visionarie, sacre e profane, in mare e sulle cime. In dialetto napoletano o in un italiano cesellato come un gioiello, che però sa filare dritto come una freccia scagliata lontano.

Di De Luca sorprende anche la capacità di parlare come scrive, dote non comune tra gli autori di rango. Non fa differenza ascoltarlo dal vivo o leggerlo tra le pagine di un libro: le sue parole le riconosci a distanza e portano il marchio di fabbrica di chi ha molto vissuto, navigato, scalato a mani nude e sofferto.

Erri De Luca, un passato in Lotta Continua e un presente da scrittore bestseller, ha anche il vizio di dire ciò che pensa, con l’esattezza che contraddistingue il suo linguaggio (è nel 2009 che per esattezza semantica definì non terroristi gli uomini delle BR, tanto per fare un esempio di quelli forti).

Nel caso del cantiere della TAV, grande opera discussa e discutibile, le sue parole esatte sono state ritenute pericolose quanto un colpo di fucile. “La Tav andrebbe sabotata”: questa la frase rinviata a giudizio insieme al suo autore, a processo per istigazione a delinquere il 28 gennaio 2015.

#iostoconerri perché la libertà di espressione non può essere difesa a oltranza per Charlie Hebdo e rinnegata per De Luca. #iostoconerri perché si può anche non condividere le sue opinioni, ma – come insegnava Voltaire – si dovrebbe tutelare senza se e senza ma il suo diritto a esprimerle.

#iostoconerri perché le sue parole sono ostinate e contrarie, come quelle di De Andrè e Pasolini e – piacciano o no – sanno muovere le idee, anche quelle più scomode e difficili da comprendere.

Chi vuole può firmare la petizione a sostegno dello scrittore a questo link: http://www.petitions24.net/soutien_a_erri_de_luca

 

 

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Il vischio. Folletto dei boschi.

By 5 gennaio 2015 Alberi Maestri

Dai druidi agli auguri di buon anno: il vischio racconta.

Arbusto sempreverde, cespuglioso e parassita, il vischio è una pianta che ci racconta di boschi e di misteri, di Celti e di solstizi, di maghi e pozioni miracolose. Il suo nome dice che “guarisce tutto” ed è Plinio il Vecchio che ci spiega perché: al sesto giorno della luna i Druidi vestiti di bianco lo raccoglievano con un falcetto d’oro e ne ricavavano infusi curativi o contro la sterilità.

Sotto i suoi rami venivano portati i nemici per fare la pace, siglando il rito con un bacio. Da allora, nessuno passa più sotto di lui senza baciarsi o auspicare un buon augurio.

Si diceva che nasce dove cadono i fulmini, per volontà del cielo e degli Dei. Perfino Virgilio lo decanta con le sue doti preziose, quando Enea entrando negli Inferi porta con sé il “virgulto dalle foglie d’oro”, colore che lo accende per mesi anche dopo essere stato raccolto.

Lo ammirate nei boschi italiani avviluppato su pioppi, abeti, castagni, roveri e querce. E’ una pianta che parla di Nord eppure ama il sole, il freddo non troppo. Simile al vischio quercino, dà il nome ad aggettivi appiccicosi come i suoi frutti, non ha radici, non tocca mai terra e vive a sbafo, da vero opportunista.

Amuleto del verde, arbusto folletto, guai a raccoglierlo con le mani, pena la malasorte. Nei paesi montani d’Italia, non è raro vedere i suoi rametti a ghirlanda che ornano i portoni delle case, soprattutto tra Natale e Capodanno, per portare fortuna e liete novelle. Di nascosto, invece, qualcuno li indossa appesi al collo sotto la giubba, come scudo omeopatico contro febbri e malattie.

Il vischio, pianticella dei bambini e di Panoramix, viaggia nel tempo tra le pagine di formule magiche, fumetti d’autore e sagge ricette di erboristeria.

Nome:  Viscum album

Famiglia: Viscacee 

Curiosità: La disseminazione avviene tramite merli, tordi e capinere, che ne vanno ghiotti!

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In Val Casies. Guida multi-touch sulla Cenerentola del Tirolo.

By 23 novembre 2014 EBOOKS

In Val Casies. Libro in viaggio tra le Dolomiti, paesini presepi e percorsi di natura e spiritualità – 5,99€.

Per smartphone, tablet, pc: scarica e acquista su Book Republic & Mondadori Store

Per Kindle: scarica e acquista su Amazon

Per iPad e Mac: scarica e acquista su iTunes

Passo breve. Respiro lento. E occhi attenti sul sentiero in cima, o sui 42 km di pista da fondo: In Val Casies è un viaggio di misura e pacatezza, che porta alla scoperta di sé prima che a quella dei suoi boschi, dei suoi masi, delle sue praterie. Foto, video, interazioni multimediali e curiosità per buongustai del viaggiare accompagnano un racconto suggestivo e coinvolgente, che prende per mano e porta lontano.

Spalancata tra le Dolomiti di Braies e l’Austria, la Val Casies – o Gsiesertal – è un luogo defilato e schivo come i suoi abitanti. Il ritmo è ancora quello dei trattori, delle mungiture delle vacche e di un Sud Tirolo in bilico tra un presente italiano e un passato austro-ungarico, che echeggia nella lingua e nel carattere della gente di qui. La vocazione rurale e contadina non si è prostituita al turismo, che pure è la fonte primaria di mantenimento: la valle accoglie tutti, ma sono le stagioni e la terra a segnare il tempo e le giornate.

Un’organizzazione attenta, servizi impeccabili e strette di mano ruvide ma veraci contraddistinguono i soggiorni nei paesi all’imbocco della valle e anche più su. Monguelfo e il suo castello medievale, Tesido e le sue chiese gioiello, le pro loco, i parchi, gli impianti sportivi, i sentieri segnati e i mezzi pubblici funzionano come orologi sempre puntuali, con quell’ordine e quell’efficienza tanto semplici quanto preziosi per vivere al meglio, da turisti e da cittadini.

In Val Casies è un libro viaggio intenso, che accompagna il lettore verso laghi neri, pittori barocchi, storie di contrabbando. Alla scoperta di fiori selvatici multicolor, cirmoli sovrani e una natura idillica, capace di stupire camminatori dilettanti e gli amanti più esperti della montagna.

 

In Val Casies Cover

 INCIPIT

Calma. In Val Casies non si arriva di fretta, tantomeno con la pretesa di avere tutto subito. 

Calma. Passo leggero, respiri pazienti, pensieri ponderati.

Calma. Prima di raggiungere la Cenerentola del Tirolo è bene prepararsi a un lungo corteggiamento, abituandosi a generose concessioni seguite da improvvise ritrosie e fughe repentine.

La Val Casies è una vera principessa di montagna: timida, schiva, di una bellezza antica, dolce e severa al tempo stesso. Una distesa a braccia aperte coronata di boschi e masi contadini che si sveglia all’alba, lavora sodo e scappa molto, molto prima di mezzanotte.

Calma. La Val Casies si impara, si rispetta, si ama. Non si conquista, mai.

 

 

 

 

 

 

 

 

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